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AAA cercasi… Volontari

Il Gruppo Archeologico Napoletano è alla continua ricerca di persone che abbiano voglia di riscoprire e valorizzare, attraverso aperture e visite guidate dei siti archeologici in gestione presenti nel territorio della città di Napoli.

In particolare cerchiamo volontari da inserire per attività di accoglienza e riqualificazione presso le terme di Agnano, le terme di Via Terracina!

Se anche tu ti senti in linea con i nostri valori e vuoi scoprire cosa puoi fare per noi, allora non devi fare altro che compilare il seguente modulo in tutti i suoi campi. Ti ricontatteremo per fornirti maggiori informazioni!

Il tuo contributo è importante per noi!

MAGGIO DEI MONUMENTI NELLA “CITTA’ ESTESA”: SI TORNA ANCHE NELLE PERIFERIE E TORNANO ANCHE I VOLONTARI DEL GRUPPO ARCHEOLOGICO NAPOLETANO CHE PER ALCUNI ANNI AVEVANO DISERTATO LA MANIFESTAZIONE PER PROTESTA

Per il Maggio di quest’anno, torna ad essere presente anche il Gruppo Archeologico Napoletano che da alcuni anni aveva deciso di non partecipare più alla manifestazione perché ormai diventata solo una kermesse per il centro cittadino che lasciava fuori le periferie. Invece quest’anno si torna finalmente a parlare di “città estesa” e quindi di eventi anche nelle periferie napoletane e pertanto la storica associazione ha deciso di essere presente in diversi siti archeologici periferici. “Grazie anche all’impegno dell’Assessore comunale alla cultura e turismo Antonella Di Nocera, il Maggio sarà presente in maniera forte nelle periferie. Ed in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica – ricorda il presidente dell’associazione, l’archeologo Marco Giglio – i nostri volontari consentiranno di rendere fruibili e visitabili, gratuitamente durante il Maggio, le Terme romane di Agnano e la Villa romana di Ponticelli, due importanti tasselli storici della nostra città, lasciati finora in abbandono. Inoltre saremo presenti, insieme ad altre associazioni, anche ai resti della Villa romana di Scampia. Si tratta di presenze importanti che aiutano il recupero culturale di territori di cui si parla solo per il degrado e la violenza.” In quest’ottica, i volontari del GAN stanno già lavorando al recupero di un altro pezzo di periferia, che fa parte della storia antica napoletana ma lasciato in abbandono, la Villa romana di Cupe Marfella a Marianella che non sarà pronta per il Maggio, visti i tempi ristretti, ma che sarà resa fruibile e visitabile appena terminate le complesse operazioni di ripulitura delle strutture. “Non abbiamo mai abbandonato le periferie cittadine – prosegue Marco Giglio – anche quando il Maggio era ormai limitato solo al centro storico ed era solo destinato ai turisti, lavorando su beni come le Terme romane di Via Terracina ed il mausoleo funerario di Via Pigna, la traccia più antica della presenza umana a Soccavo, e lo abbiamo fatto non solo per un mese l’anno. Crediamo che la rinascita culturale della città passi anche attraverso le periferie ed è per questo che abbiamo ritenuto importante dare il nostro contributo di nuovamente a questo Maggio che si rivolge non solo ai turisti, ma anche e soprattutto ai cittadini napoletani, siano essi del centro o della periferia.”

INIZIATO IL RECUPERO DELLA VILLA ROMANA DI MARIANELLA: GRAZIE AI VOLONTARI DEL GAN IL SITO TORNERA’ VISITABILE DOPO L’ESTATE

Dopo aver restituito alla fruibilità il sito archeologico delle terme romane di Agnano, sepolte dall’incuria e dal tempo ed ora aperte stabilmente, i volontari del Gruppo Archeologico Napoletano hanno rivolto la propria attenzione alla villa romana di Cupa Marfella a Marianella, attualmente “sepolta” da vegetazione e rifiuti. Stamane primo appuntamento con una quarantina di volontari, tra cui una ventina di alunne dell’Istituto superiore “Gentileschi” di Agnano. L’intervento è servito a liberare la zona di accesso e una prima parte di strutture. “L’obiettivo – spiega l’addetto stampa del GAN, Rosario Serafino – è riuscire a recuperare un altro pezzo della nostra storia in un’area che sta perdendo la propria memoria: Marianella è uno degli antichi casali napoletani e patria di Sant’Alfonso Maria dei Liguori, ma in pochi sanno che questo territorio era già frequentato 2000 anni fa, soprattutto le generazioni più giovani che, attraverso le scuole del territorio, speriamo di riuscire a coinvolgere.” La villa romana di Cupa Marfella è venuta alla luce negli anni ottanta, quando la zona conobbe un grosso sviluppo edilizio col dopoterremoto. Ma da allora, nonostante timidi tentativi di valorizzazione, il sito ha subito un continuo degrado. Su parte delle strutture archeologiche venne sistemata una copertura realizzata con tubi innocenti e lastre in lamiera ondulata, struttura che col tempo è crollata, rendendo ancora più difficoltose le operazioni di recupero che dovranno affrontare i volontari. “La villa romana di Cupa Marfella – spiega il presidente dell’associazione, l’archeologo Marco Giglio – ha una pianta rettangolare che si sviluppa intorno ad un cortile centrale, con una serie di strutture abitative e di lavoro che si dispongono su tre lati, mentre il quarto è delimitato soltanto da un muro di cinta. Intorno al cortile, su tre lati è un portico. Nelle condizioni attuali, le strutture sono completamente inghiottite dalla vegetazione ma da quanto sappiamo la villa risale al I secolo d.C. e sembra essere stata frequentata anche in epoca tardoantica e medievale. Forse essa è stata costruita sui resti di una villa preesistente di età repubblicana. Si tratta in ogni caso di un insediamento di tipo agricolo e quindi destinata allo sfruttamento del territorio circostante: all’epoca insediamenti del genere erano numerosi nell’hinterland napoletano, anche se in genere si tende ad immaginare che le ville sorgessero solo sul litorale, come ad esempio nei Campi Flegrei.
 

DOPO AVER RECUPERATO E RESO FRUIBILE LE TERME ROMANE DI AGNANO, DA DOMANI INIZIA IL RECUPERO DELLA VILLA ROMANA DI MARIANELLA

Un altro pezzo di periferia, parte della storia antica di Napoli, sarà “salvato” dai nostri volontari. Sono serviti diversi mesi ai volontari del Gruppo Archeologico Napoletano per completare le operazioni di ripulitura del sito archeologico delle terme romane di Agnano, sepolte dall’incuria e dal tempo, ma ora la zona accessibile è finalmente sgombra ed è visitabile, grazie sempre all’impegno dei volontari, ogni terzo weekend del mese e, per i gruppi, su richiesta. Ma l’impegno dell’associazione non si ferma qui! “Dopo aver restituito alla città il complesso di Agnano – spiega il presidente dell’associazione, l’archeologo Marco Giglio – noi volontari proseguiremo nel recupero di un altro pezzo della nostra storia che la vegetazione e l’incuria hanno sepolto nuovamente. Da domani mattina (martedì 23 aprile) i nostri volontari saranno a Marianella, per iniziare le operazioni di ripulitura e recupero della villa romana di Cupa Marfella, venuta alla luce negli anni ottanta. In questo modo un altro pezzo di storia antica della nostra città tornerà fruibile e soprattutto potrà essere conosciuto dai napoletani e dai turisti. E non è un caso che anche questo sito da noi scelto sia in periferia, visto che la nostra attenzione è rivolta soprattutto al recupero dei siti archeologici ubicati ai margini della città, troppo spesso sconosciuti agli stessi abitanti della zona.” Dopo la scoperta e lo scavo avvenuto negli anni ottanta, su parte della villa venne sistemata una copertura realizzata con tubi innocenti e lastre in lamiera ondulata: purtroppo l’abbandono del tempo ha fatto crollare questa copertura sulle strutture sottostanti per cui il lavoro di recupero dell’area si preannuncia ancora più complesso. “La villa romana di Cupa Marfella – continua Marco Giglio – ha una pianta rettangolare che si sviluppa intorno ad un cortile centrale, con una serie di strutture abitative e di lavoro che si dispongono su tre lati, mentre il quarto è delimitato soltanto da un muro di cinta. Intorno al cortile, su tre lati è un portico. Nelle condizioni attuali, le strutture sono completamente inghiottite dalla vegetazione ma da quanto sappiamo la villa risale al I secolo d.C. e sembra essere stata frequentata anche in epoca tardoantica e medievale. Forse essa è stata costruita sui resti di una villa preesistente di età repubblicana. Si tratta in ogni caso di un insediamento di tipo agricolo: all’epoca insediamenti del genere erano numerosi nell’hinterland napoletano.

Le nostre visite alla Domus di Palazzo Ricca (da IL MATTINO)

Da IL MATTINO (Antonella Cilento). La perseguitano, povera guida, dicendole che somiglia a Maria «Star» Gelmini: sì, è vero, un po’ ci somiglia la giovane ricercatrice che ci guida nel ventre di Palazzo Ricca, ovvero nella domus romana scoperta e restaurata dal Gruppo archeologico napoletano, tuttavia non solo è decisamente più bella della ex ministro ma soprattutto è decisamente competente. Così è il Maggio dei Monumenti: la gita dei napoletani in visita alla propria città è composta tanto da seri appassionati – signore e ragazzi – quanto da gruppetti di goliardi. E siccome il dedalo della domus è abbastanza complesso – si entra, si svolta, si torna indietro, un corridoio interrotto lo si reincontra in un punto lontano e difficilmente immaginabile dall’interno dello scavo – gli indisciplinati gongolano. Da una finestra che affaccia sulle strade parallele a Palazzo Ricca – siamo al termine di via dei Tribunali, Castelcapuano ovvero la Vicaria è a pochi metri – su via San Nicola dei Caserti e altri antichissimi tracciati sfrecciano motorini. Dentro Pompei, fuori il Bronx. E, d’altro canto, Napoli è questo magnifico taglio verticale di epoche, ambienti e persone che non avrebbe immaginato nemmeno il Piranesi più sfrenato. Scriveva Fabrizia Ramondino nel capitolo di «Dadapolis» intitolato «Precarietà»: «…se altrove gli antichi miti più facilmente sono stati cancellati dalla ragione, qui la natura stessa costringe gli uomini a riviverli; sia che terremoti, eruzioni, bradisismi continuino a ricordare la vanità di ogni costruzione materiale e spirituale – e l’antica Pompei nell’immaginario collettivo si confonde con la moderna Cernobyl – sia che, nonostante gli scempi paesaggistici e l’inquinamento, si trovino a Napoli e nei suoi dintorni ancora resti di primigenia bellezza naturale, al punto che si può ancora immaginare di incontravi oggi, come il professor La Ciura un tempo ad Augusta, la sirena». E il racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa cui fa riferimento Ramondino, «Ligheia», un assoluto capolavoro che narra delle visioni di uno studente di greco afflitto dal caldo su un’isolata spiaggia siciliana, si attaglia effettivamente alle scoperte che la città offre in ogni suo cardo o decumano. Il Gruppo Archeologico Napoletano, oltre quarant’anni di storia, questo lo sa molto bene: dalla congrega di San Francesco di Assisi a Soccavo all’area archeologica di vico Carminiello ai Mannesi, dalle terme romane di via Terracina (queste avranno aperture speciali anche a luglio ed agosto) alle terme romane di Agnano, attraverso percorsi che toccano tutti i luoghi meno noti di Napoli e molti luoghi della Campania e delle province limitrofe, il Gruppo, nato nel 1971, opera infaticabile per svelare faglie temporali del nostro territorio. Il progetto che per tutto il mese di maggio e quello di giugno offre l’opportunità di visitare la domus di palazzo Ricca si chiama non a caso DomusAccessibile (per chi vuol fare l’esperienza ci sono ancora il 25, il 27 e il 29 giugno h 9-12,30). Cos’era la domus? Una casa privata quasi certamente, forse una terma – qui dovevano essercene – o forse anche una palestra, tesi confortata dal ritrovamento pochi anni fa’ di due busti d’atleta proprio a Castelcapuano. Di certo, una parte di città ricostruita dopo i gravi danni dell’eruzione di Pompei e il suo devastante terremoto e maremoto. Scrive a questo proposito Stazio (altro frammento di «Dadapolis»): «Crederà la generazione ventura degli uomini, quando rinasceranno le messi e rifioriranno questi deserti, che sotto i loro piedi sono città e popolazioni e che le campagne degli avi s’inabissarono?». E più avanti Karl Friederich Schinkel, 1790, pittore e architetto: «È incredibile come in un paese dove i terremoti sono così frequenti si sia avuta finora così poca cura nel prevenire i danni agli edifici. La maggior parte delle case napoletane è tale che la minima scossa le rende inabitabili»: parole inascoltate a Napoli come nel resto d’Italia, si veda la povera Emilia Romagna. Ma questo, come sempre a Napoli, non impedisce che le costruzioni facciano germogliare nuove costruzioni e i popoli si susseguano ai popoli: la magia della domus consiste anche in ciò che sopra le è stato edificato, ovvero Palazzo Ricca e l’Archivio storico del Banco di Napoli. I napoletani ignorano la ricchezza straordinaria dell’Archivio, oltre al fascino visivo di ciò che l’Archivio contiene: il gruppo che prima rumoreggiava con la guida della domus ora tace, ammirato. Questa è la Banca più antica d’Europa – sia pur in lite con il Monte dei Paschi di Siena per il primato – nata dal convergere di otto banchi pubblici: Banco della Pietà (1539-1808), Banco dei Poveri (1563-1808), Banco dell’Annunziata (1587-1702), Banco di Santa Maria del Popolo (1589-1808), Banco dello Spirito Santo (1590-1808), Banco di S. Eligio (1592-1808), Banco di S. Giacomo e Vittoria (1597-1809), Banco del Salvatore (1640-1808). Costituito come archivio generale da Ferdinando I di Borbone nel 1819, dal 1950 è denominato Archivio Storico e raccoglie tutte le scritture dei banchi pubblici dei luoghi pii che tra il XVI e il XVII secolo nati con diversi scopi filantropici. Qui si conserva la memoria monetaria, artistica e umana di Napoli e di una buona parte della storia e della cultura d’Europa. A seguire l’appassionato direttore, Aldo Pace, si scoprono le famose filze, colonne di bancali estinte sospese al soffitto con gancio – qualcuno accanto a me commenta: «Ah, un kebab!» – faldoni cuciti fino ad altezze vertiginose – un metro e mezzo: la rilegatura li piega come sinuose schiene di bellissime donne scoliotiche – le pandette, i loghi dei Banchi dipinti a tempera sul taglio cartaceo dei volumi, i libri maggiori di terze, cioè rendite dei beni di proprietà dei banchi, gli arrendamenti, i fiscali, le adoe, cioè rendite di tributi e imposte feudali, fedi di credito e polizze, dispacci, rappresentanze, ordini, bancali, cioè fedi di deposito, fedi di credito, madrefedi e polizze, giornali copiapolizze, pandette, i libri maggiori dei creditori, i libri di notate fedi, gli squarci di cassa, i registri degli introiti e degli esiti, i registri delle reste particolari e delle reste generali, i registri dei riscontri… In pratica l’intera e affascinante procedura bancaria, assai simile all’ odierna. «Abbiamo in visita centinaia di studenti e ricercatori ogni anno», racconta Aldo Pace, sfogliando con cura il documento dei pagamenti a Caravaggio, che svelano la committenza di un quadro mai realizzato, una Madonna con Bambino e santi, ma regolarmente pagato dal mercante d’arte Nicolò Radolovich. E così si spulciano i «fatti» di Pergolesi, Verdi, Ferdinando Sanfelice, Domenico Barbaja, Gaetano Donizetti, di artigiani, musicisti, pittori, commercianti e dottori, di guerre e palazzi, di cavalieri e dame e di un immenso popolo minuto, parte integrante di una città e di un regno dai così vasti e moderni interessi che necessita di oltre trecentotrenta stanze per archiviare il suo tempo monetario. Usciamo felici, dopo aver percorso le stanze affrescate, toccato i bancali di legno e annusato i libri che tutti si fanno scrupolo di toccare ma la cui carta regge così bene al tempo che si sfogliano molto meglio di certe pagine virtuali di e-book su Kindle… In attesa della rivoluzione telematica che farà sparire la carta, e con essa noi che senza non sappiamo vivere, una passeggiata nella Storia a Palazzo Ricca è consigliata, per non perdere il senso di chi siamo, chi siamo stati, chi saremo.

Una nuova discarica? In un’area archeologica!

E’ di questi giorni la notizia che la Regione Campania vuole aprire una discarica tra Pozzuoli e Quarto, nell’area del Castagnaro. Peccato che l’area in questione sia stata oggetto di numerosi rinvenimenti di strutture e materiali archeologici che vanno dalla preistoria al medioevo. Il sito individuato per lo stoccaggio del FUT (frazione umida tritovagliata) si trova in due cave dismesse, non lontano dalla Montagna Spaccata. E’ questa l’area dove il Gruppo Archeologico Napoletano ha effettuato numerose ricognizioni negli anni ’70 ed ’80 segnalando la presenza di evidenze archeologiche di età romana riferibili sia a mausolei funerari sia a ville rustiche che occupavano le pendici del Monte Gauro per sfruttare il territorio da un punto di vista agricolo, in particolare per la viticoltura (famoso era il vino Gaurano decantato da diversi scrittori dell’epoca).

Spiega il dott. Marco Giglio, presidente dell’associazione “In tutto il Monte Gauro, come lungo il tracciato della Via Campana, strada di antichissime origini, è facile imbattersi in poderosi resti di cisterne, di strutture murarie abitative e di mausolei. Molte di queste sono a rischio per la presenza di scavatori clandestini, altre sono state distrutte dall’incessante abusivismo edilizio. A preoccupare è soprattutto la realizzazione delle opere accessorie per la realizzazione della discarica, quali strade e rimodellamento dei costoni, che potrebbero danneggiare un lembo di territorio che è secondo solo a Roma per presenze archeologiche, non solo romane.” Proprio sulla Montagna Spaccata, nei pressi delle cave infatti, la Soprintendenza ai beni archeologici di Napoli, agli inizi degli anni ottanta, individuò un abitato dell’età del bronzo medio (XV secolo a.C.) i cui materiali recuperati sono in parte esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. E non mancano strutture dell’epoca medievale: lo studioso Rosario Di Bonito identificò, inglobati in alcuni edifici rurali, i resti di un abitato fortificato, il Castro di Serra, fondato da Roberto I, principe di Capua e citato in un documento del 1119. Tali resti dovrebbero essere pertinenti ad una chiesa dedicata a San Nicola, ad un mulino-torre e ad un’altra torre.

“Ancora una volta” – prosegue Marco Giglio – “ad essere colpito è il territorio dei Campi Flegrei, ricchissimo di emergenze storiche, archeologiche e naturalistiche, che negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi le chiusure dei monumenti ed il degrado. Inaccessibili il Rione Terra, le necropoli romane di Via Celle e San Vito, lo Stadio di Antonino Pio (inaugurato ad ottobre del 2008 dopo aver speso 8 milioni di euro e poi chiuso poco dopo), il parco della Via Neapolis Puteoli (mai aperto), mezzo Museo Archeologico del Castello di Baia, la cisterna di Cento Camerelle a Bacoli, per citare solo gli esempi più eclatanti. E quel poco che è visitabile, spesso è inaccessibile per altre cause come accade all’anfiteatro di Pozzuoli in mancanza di custodi.”

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